Vivendo immersi nella Food Valley, continuamente a contatto di alimenti, argomenti e persone legate al food, viene da dire che siamo ciò che mangiamo e quest’affermazione rispecchia il 90% della popolazione.
Ci si muove, si viaggia, fermandosi in ristoranti, chiedendo la pasta al pomodoro anche nel Sud Pacifico o tra gli eschimesi e si rifiutano categoricamente “sperimentazioni gustative” del territorio in cui ci si trova.
Difetto di ogni popolo: i tedeschi vorrebbero mangiare patatine fritte e maionese in ogni situazione, gli americani obesi cercano la Coca Cola sul tavolo del pranzo, non rinunciano ad hamburger con salse raccapriccianti ricche di grassi e colesterolo.
I cinesi criticano gli chef italiani che non sanno cucinare il riso che a casa loro è talmente scotto che non si riesce a staccarlo dalla pentola.
Il peperoncino è per un calabrese elemento da mettere anche in ricette che non sono assolutamente compatibili, tipo il pesto di basilico.
C’è chi butterebbe cucchiaiate di parmigiano gratuggiato su ogni cosa, senza rispettare ricette e regole basilari.
Però gli ostacoli più grandi non stanno nel palato, ma nell’apertura mentale.
