Cibo, ricette e cucina sono oggi, la parola chiave di argomenti di successo.
E’ d’obbligo in ogni network televisivo, radiofonico, su tantissime piattaforme, sui blog, in internet, sui giornali, settimanali o mensili che siano, lasciare uno spazio al cappello bianco dello chef.
Nonostante sia argomento inflazionato, la cucina riesce sempre a spostare volumi d’affari importanti. Se da un lato la sensibilizzazione, l’ informazione in materia sono ormai indispensabili ( e non alludo alla noiosa serie di ricette che sentiamo in ogni momento della giornata), dall’altro, la “Food Valley” è ancora avvolta da molta ignoranza.
Nei paesi del nord hanno inventato con successo un erogatore di patatine fritte, ovunque si rispolverano vecchie strategie commerciali che già usavano i nostri antenati, come ad esempio, l’utilizzo di prodotti a km. zero.
Ma in quale percentuale sta l’interesse vero per la tavola? Appena il 10%.
A pochi importa che nel piatto vi siano due fette di Pata Negra, piuttosto che due fette di un altro prosciutto comune, ciò che conta sono le due fette o meglio le due misere fette nel piatto.
A pochi importa che nel calice sia stato versato un Amarone piuttosto di un anonimo vinello: in pratica ciò che conta sono le misure, le quantità.
Di fronte ad un menù che contiene piatti da 3 elementi o più, il cliente di solito si ferma a quello principale e di conseguenza una rolata di fois gras finisce per essere una rolata.
Nella Food Valley c’è ancora gente che non vuole sapere, ma solo mangiare e che con arroganza da dell’incompetente al cuoco o allo chef che ha metodi diversi dai suoi.
IN sintesi la Food Valley è ancora avvolta nell'ignoranza. Serve scuola, formazione, aggiornamento.